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Spiritualità

Cosa significa Sentire la propria Divinità?

di Caroline Mary Moore

Tempo fa una signora mi scrisse, dicendomi che non si sentiva più connessa alla sua “divinità” e che non sapeva più a cosa affidarsi. La sua incertezza mi ha fatto riflettere molto, a tal punto da chiedermi: con la nuova frequenza dell’Uno multidimensionale, cosa significa sentire la propria divinità?

Nell’occidente, stanno finendo i tempi in cui la religione era considerata l’unica via per incontrare il divino. Per molti oggi, il divino non è più qualcosa d’astratto, bensì riconoscibile ovunque e raggiungibile da qualunque persona desiderosa di sperimentarsi, magari applicandosi alla meditazione, vivendo più connessi alla natura, osservando un fiore, tenendo in mano una pietra, vale a dire, trovando il mistero nella semplice quotidianità.

Nel terzo millennio, quindi, volendo, è possibile incontrare il sacro senza l’interferenza di terzi. Tuttavia, anche se abbiamo eliminato i mediatori, essendo governati dall’illusione della separazione, dalla dualità fuori/dentro, abbiamo ancora bisogno di un metodo o una pratica per accedere al nostro centro. Ora chi è consapevole dell’innalzamento della frequenza della terra, è sollecitato a compiere una transizione importantissima: incarnare la totalità nell’ordinarietà della vita e soprattutto quando prende il sopravvento l’emotività.

La natura dell’energia non è reattiva, va in cerca dell’armonia, perciò risponde. Il salto dalla separazione (mente) all’unità multidimensionale (cuore), vuol dire non reagire, soprattutto quando siamo nell’onda emozionale. Questo non significa rimanere privati dei propri sentimenti, bensì sperimentare un paradosso in cui le emozioni, di polarità opposte, possono coesistere simultaneamente in equilibrio, piuttosto che entrare in un conflitto reattivo che separa. Per la mente, che separa per natura, non è facile comprendere questo paradosso divino, quel perno stabile e immobile del pendolo oscillante della mente.

Non c’è bisogno d’essere religiosi per conoscere uno dei passi più paradossali e più famosi della Bibbia, che unisce emozioni contrastanti e di polarità opposte. Una perfetta dimostrazione di unitarietà durante un’interazione d’ostilità, che umanamente, susciterebbe in chiunque, emozioni contrastanti. L’esempio si trova nel Vangelo di Luca 6, 27-29: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra”.

Nonostante gli insegnamenti dei Maestri, la frequenza della terza dimensione ci ha rinchiuso nella mente, con un ego che predilige la legge “occhio per occhio dente per dente” (combattere il negativo con il negativo), supportata dalla teoria di Darwin, che afferma l’origine delle specie per selezione naturale, ovvero la sopravvivenza dei più forti (guerre/oppressori/vittime).

Aristotele classificò l’uomo come “un animale razionale” con una scintilla divina e il senso dell’assoluto, e uno spirito che ci permetterebbe di espandere la coscienza. Diversi da altri mammiferi, non per l’intelligenza, ma per la flessibilità del cervello, l’umanità è priva di un’essenza definita; in altre parole, ogni individuo è in grado di trascendere la realtà, liberandosi dalle catene della collettività umana.

Sebbene istruiti, viviamo condizionati dagli impulsi: la riproduzione sessuale, la conquista del territorio e il possesso delle risorse per assicurare la sopravvivenza del corpo fisico. In questi vincoli, puramente animali, la maggioranza delle persone ha potuto sperimentare il paradosso divino, solo tramite le espressioni naturali e involontarie del corpo: durante il raggiungimento dell’orgasmo e nel processo della nascita; dove entrambe le esperienze esprimono l’unità (il paradosso divino) che unisce le opposte polarità di espansione e contrazione simultaneamente.

Oggi, ognuno di noi, che ne sia consapevole oppure no, è davanti ad un bivio: si è aperto un varco, un passaggio molto stretto. Non è ancora un viaggio collettivo, non si può portare nemmeno chi amiamo… è un viaggio solitario. Ultimamente si sente parlare della Rivoluzione dell’Amore, il prossimo passaggio per innalzare, maggiormente, la frequenza del pianeta. Questo transito non è un’improvvisa espansione collettiva dell’amore verso il prossimo (tipica della New Age), oppure un sentimento riconoscibile nell’amore romantico che si esprime in coppia. Non è neppure l’amore che si sente nei confronti dei bambini, dei genitori o dei propri amici.

L’Amore rivoluzionario è ancora estraneo all’uomo della collettività, perché la mente è incapace di comprendere l’unità multidimensionale, egli conosce solo gli impulsi magnetici della separazione (repulsione) e la necessità di unirsi con altri, per confrontarsi e amare (attrazione); non è ancora un essere emotivamente autosufficiente, ovvero sovrano.

Si chiama rivoluzione dell’Amore perché come tutte le ribellioni, abbatterà ogni muro, spazzerà via ogni giudizio e insofferenza mai esistita dentro di noi; tuttavia, prima di diventare un’esperienza collettiva, tutto ciò accadrà inizialmente all’individuo singolo. Come? Tramite le emozioni contrastanti sentite simultaneamente (ma integrate), mentre viviamo in un mondo, che più che mai, provoca un vissuto difficile.

Quando? In quei momenti in cui siamo in grado di vivere la paura senza analizzare o giudicare l’esperienza, e di sentirci benedetti nello stesso momento, perché siamo ormai capaci d’incontrare il dolore, nella sua forma più pura, privo dei lamenti dell’ego; ovvero quella parte che lotta per rimanere predominante, togliendoci l’opportunità di assaporare fino in fondo, la grazia che può nascere nell’esprimere liberamente, qualunque frammento scomodo che ci rende vulnerabili, inadeguati, egoisti, perfino brutti agli occhi di chi ci attacca, offende o ferisce.

Vergogna, senso di colpa, repulsione per se stessi e persino l’ira, se espressi con purezza e in totalità, sono emozioni potenti che ci fanno avvicinare al nostro serbatoio di creatività, solitamente controllato, represso e rinchiuso nell’ombra.Perciò la rabbia, vissuta e sentita simultaneamente con le qualità essenziali di forza, determinazione, sicurezza e autorevolezza, espande il senso di libertà nel mostrare, con autenticità, e senza l’interferenza dell’ego, una parte in noi che ci appartiene, regalandoci un senso di potere personale, invece di togliercelo. Questo è la rivoluzione dell’Amore, l’amore totale per il sé in tutte le sue parti.

Vissuto dal punto di vista del cuore, noi non siamo solo luce e ombra, due opposti uniti nella totalità, bensì l’intero universo multidimensionale rinchiuso in una scintilla divina“Come sopra così sotto”, un micro universo riflesso in un macro universo, un’essenza riconoscibile nei contenuti dei primi quattro versi della poesia “Auguries of Innocence” scritta dal poeta Inglese William Blake: “Vedere il mondo in un granello di sabbia, e un paradiso in un fiore selvaggio, tenere nel palmo della mano l’infinito, e l’eternità in un’ora”.

Così ritorniamo autentici come bambini, e in quella straordinaria ordinarietà, nella sua semplicità, l’Amore infinito si presenta improvvisamente più raggiungibile, quasi tangibile, non solo sentito nel cuore. Possiamo perfino tenerlo nel palmo della mano… per tutti noi… l’umanità, i figli dell’universo.

Articolo di Caroline Mary Moore

[ivisto]

Fonte: http://www.dalleclissedellesserealmisterodelvuoto.com/2018/05/31/cosa-significa-sentire-la-propria-divinita/

Tratto da: https://www.fisicaquantistica.it/spiritualita/cosa-significa-sentire-la-propria-divinita

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